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Lasciare Wix o Squarespace per WordPress: quando ha senso e cosa si rompe per strada

Lasciare Wix o Squarespace per WordPress: quando ha senso e cosa si rompe per strada

Le piattaforme come Wix e Squarespace hanno fatto una cosa buona: hanno permesso a un sacco di piccole attività di avere un sito presentabile senza spendere una fortuna e senza dipendere da nessuno. Lo dico davvero, senza snobismo. Ho visto siti fatti in autonomia su quelle piattaforme che erano più efficaci di certi progetti pagati cinquemila euro.

Poi però arriva un momento, per alcune aziende, in cui il vestito sta stretto. E quando sta stretto si vede, perché cominci a passare le giornate a cercare il modo di aggirare un limite invece che a lavorare. Se sei arrivato a leggere un articolo come questo, probabilmente quel momento per te è arrivato o ci sei vicino. Ti racconto come ragiono io quando un cliente mi chiama per questa cosa, compreso quando gli dico di restare dov'è.

I segnali che mi fanno dire che è ora di cambiare

Non è una questione di tecnologia migliore o peggiore in astratto. È una questione di cosa stai cercando di fare. Nella mia esperienza i motivi validi per spostarsi sono pochi e abbastanza riconoscibili.

Il primo è quando hai bisogno di una funzione che la piattaforma non fa e non farà. Un'area riservata con listini diversi per tipo di cliente, un sistema di preventivi configurabile, il collegamento con il gestionale che usate in azienda, un catalogo con filtri complicati. Su queste cose le piattaforme chiuse ti dicono no, e non c'è discussione possibile: non è che devi insistere, proprio non si può.

Il secondo è quando i contenuti diventano tanti. Finché hai dieci pagine va tutto bene. Quando arrivi a centocinquanta tra schede, articoli e pagine di zona, gli strumenti di gestione di quelle piattaforme iniziano a essere macchinosi e ogni modifica su larga scala diventa un lavoro manuale ripetitivo. Ho visto persone passare interi pomeriggi a cambiare un numero di telefono pagina per pagina.

Il terzo, più sottile, è quando ti accorgi che stai pagando parecchio. Tra abbonamento del piano alto, applicazioni aggiuntive a canone mensile, spazio extra e commissioni sulle vendite, certe configurazioni arrivano a costare più di quanto costerebbe un sito indipendente con un buon hosting. Fai il conto sui tre anni, non sul mese, perché sul mese sembra sempre poco.

Quando invece ti dico di restare dove sei

Mi è capitato più di una volta di far cambiare idea a qualcuno che era venuto da me deciso a migrare. Se hai un sito di sei pagine che funziona, che ti porta le chiamate che ti servono e che aggiorni da solo due volte all'anno, spostarlo su WordPress non ti risolve nessun problema e te ne crea di nuovi. Perché WordPress è potente ma richiede attenzione: aggiornamenti, sicurezza, copie di sicurezza, qualcuno che se ne occupi.

La domanda che faccio sempre è: cosa vorresti fare che adesso non puoi fare? Se la risposta è vaga, tipo mi hanno detto che è meglio, allora non è il momento. Se la risposta è precisa, tipo devo far vedere prezzi diversi ai rivenditori rispetto ai privati, allora sì, parliamone seriamente.

Cosa succede alle posizioni su Google: la verità senza sconti

Questa è la paura numero uno e ha fondamento. Ti dico come vanno le cose realmente, in base alle migrazioni che ho seguito, non in base a quello che si legge nelle brochure.

Nelle settimane successive al passaggio c'è quasi sempre un movimento, spesso al ribasso. Non è un bug e non vuol dire che hai sbagliato: è Google che deve riscansionare tutto, capire che le pagine si sono spostate, ricalcolare. Con una migrazione fatta bene la flessione è contenuta e si riassorbe in un paio di mesi, spesso con un miglioramento finale perché nel frattempo hai sistemato velocità e struttura. Con una migrazione fatta male il danno resta, e recuperare costa molto più di quanto sarebbe costato farla bene.

La differenza tra le due, nel novanta per cento dei casi, sta in una cosa sola: i reindirizzamenti. Cioè dire a Google e ai visitatori che la pagina che stava a un certo indirizzo adesso sta a un altro. Sembra banale e infatti tecnicamente lo è. Il problema è che va fatto per ogni singolo indirizzo, uno per uno, e che nessuno ha voglia di farlo.

La lista degli indirizzi: il lavoro noioso che decide tutto

La prima cosa che faccio, prima ancora di iniziare a costruire il sito nuovo, è tirare fuori l'elenco completo degli indirizzi esistenti. Non solo le pagine del menu: tutto. Gli articoli vecchi, le schede prodotto sparite, le pagine di categoria, i file caricati, perfino gli indirizzi con parametri strani che qualcuno ha linkato da qualche parte.

Quell'elenco lo metto in un foglio con quattro colonne: indirizzo vecchio, quante visite ha fatto nell'ultimo anno, indirizzo nuovo corrispondente, fatto sì o no. È un documento bruttissimo da guardare e che spesso ha centinaia di righe, ed è la cosa più importante di tutto il progetto.

Su quelle righe si prendono decisioni. Le pagine importanti hanno la loro corrispondente uno a uno. Le pagine morte, quelle che non vede nessuno da tre anni, si accorpano o si lasciano morire, ma consapevolmente. Quello che non deve succedere è ritrovarsi con duecento indirizzi che portano a una pagina di errore e accorgersene tre mesi dopo dal calo del traffico.

Un dettaglio tecnico che vale la pena conoscere: alcune piattaforme chiuse costruiscono gli indirizzi con una struttura particolare, per esempio con un pezzo fisso in mezzo per il blog o per il negozio. Questo vuol dire che praticamente nessun indirizzo si salverà identico, e quindi la lista dei reindirizzamenti sarà lunga per forza. Mettilo in conto nel preventivo e nei tempi.

Le altre cose che si rompono e a cui nessuno pensa

Oltre agli indirizzi, ci sono una serie di pezzi che vivono fuori dal sito e che si dimenticano regolarmente. Li elenco perché la lista me la sono costruita a forza di dimenticarne qualcuno anch'io, i primi anni.

  • Le caselle di posta. Se la mail aziendale era gestita dalla stessa piattaforma, va spostata con calma e con un piano, perché perdere le mail è peggio che perdere il sito.
  • I moduli e dove arrivano. Le richieste devono continuare ad arrivare alle stesse persone, e va verificato il giorno stesso del passaggio.
  • I collegamenti con i social e con il profilo Google dell'azienda, che puntano a indirizzi che stanno per cambiare.
  • Gli strumenti di statistica e i codici di tracciamento delle campagne, che vanno rimessi prima di andare online, non dopo.
  • Le immagini. Spesso sulle piattaforme chiuse stanno su un loro spazio e i link puntano lì: se non le porti via, un giorno spariscono tutte insieme.
  • I certificati di sicurezza e la configurazione del dominio, che è il punto in cui un errore ti tiene offline per ore.

Su questo ultimo punto un consiglio spassionato: la parte del dominio si tocca per ultima, quando il sito nuovo è completo, testato e pronto, e si tocca di mattina presto, mai il venerdì pomeriggio. Le modifiche ai domini possono metterci qualche ora a propagarsi e vuoi essere sveglio e disponibile mentre succede.

Come si svolge, in pratica, una migrazione ordinata

Per darti un'idea concreta di tempi e passaggi, questo è più o meno lo schema che seguo su un progetto di dimensioni medie, diciamo un sito aziendale con cinquanta o sessanta pagine.

FaseCosa succedeDurata tipica
FotografiaElenco indirizzi, posizioni attuali, inventario contenutiQualche giorno
CostruzioneSito nuovo su indirizzo di prova, contenuti trasferiti e riordinatiTre o quattro settimane
ControlloVerifica pagina per pagina, moduli, velocità, telefonoUna settimana
PassaggioCambio dominio, attivazione reindirizzamenti, certificatoUna mattinata
SorveglianzaControllo errori, posizioni, richieste in arrivoSei-otto settimane

L'ultima fase è quella che spesso manca nei preventivi degli altri e che invece è determinante. Nelle settimane dopo il passaggio si controllano ogni pochi giorni gli errori segnalati dagli strumenti di Google, si sistemano i reindirizzamenti dimenticati, si tiene d'occhio l'andamento. Non è tempo perso: è la parte in cui si evita che un problema piccolo diventi un problema strutturale.

L'occasione da non sprecare

Una cosa che dico sempre ai clienti: una migrazione è faticosa, quindi approfittane. Non limitarti a ricopiare il vecchio sito nel nuovo vestito. È il momento giusto per buttare via le pagine che non servono, riscrivere quelle importanti, sistemare i testi che avevi scritto di fretta nel 2019 e non hai mai più toccato.

Quasi tutti i progetti di questo tipo che ho seguito e che hanno dato i risultati migliori avevano in comune questo: il cliente ha colto l'occasione per fare pulizia e per raccontare meglio quello che fa. Chi invece ha voluto solo la copia identica ma su WordPress ha ottenuto esattamente quello: lo stesso sito di prima, con gli stessi limiti, su una tecnologia diversa.

Le domande che mi fanno più spesso

Le domande che ricevo più spesso da chi sta valutando di fare il salto, di solito con un misto di curiosità e timore.

Perderò le posizioni che ho conquistato su Google?

Se la migrazione è fatta con i reindirizzamenti completi e i contenuti mantenuti, nel medio periodo no, e spesso migliori. Nel breve periodo, diciamo le prime quattro o sei settimane, è normale vedere un po' di ballo: alcune pagine salgono, altre scendono, poi si stabilizza. Il rischio vero non è la migrazione in sé, è la migrazione approssimativa, quella in cui si porta solo il menu principale e si lascia indietro tutto il resto. Quella fa danni che si pagano per mesi.

Posso trasferire i contenuti in automatico?

In parte sì. Gli articoli di blog e le schede prodotto si possono esportare e reimportare con un lavoro semi automatico, e su volumi grandi conviene farlo così. Le pagine costruite visivamente invece no: la struttura grafica di quelle piattaforme non ha un equivalente diretto e vanno ricostruite. Nella pratica, su un sito aziendale medio, il testo si recupera quasi tutto e l'impaginazione si rifà. Il che, come dicevo, è spesso un bene più che un problema.

Quanto tempo devo aspettarmi?

Per un sito aziendale di medie dimensioni, dalla prima riunione all'accensione passano in genere sei o otto settimane, di cui una buona parte dipende da te più che da me: servono i testi rivisti, le foto, le decisioni su cosa tenere e cosa buttare. I progetti che si allungano sono quasi sempre quelli in cui i contenuti restano fermi in attesa che qualcuno in azienda trovi il tempo di guardarli. Se sai già che sarà un problema, meglio metterlo in conto e prevedere che i testi li scriva o li riordini qualcun altro.

Dopo, dovrò occuparmi io della manutenzione?

Questo è il vero cambio di mentalità rispetto alle piattaforme chiuse, dove la manutenzione era inclusa e invisibile. Con WordPress qualcuno deve aggiornare, fare le copie di sicurezza, controllare che tutto giri. Puoi farlo tu, se hai voglia di impararlo, oppure affidarlo a chi ti ha fatto il sito con un accordo di manutenzione. Quello che non puoi fare è far finta che non serva: un WordPress lasciato solo per due anni diventa un problema di sicurezza, ed è la causa più frequente di quelle telefonate disperate della domenica.

In definitiva, la migrazione non è un passaggio tecnico complicato: è un progetto che va preparato. Chi la vive male, quasi sempre, è chi l'ha affrontata come un trasloco fatto di corsa la sera prima. Con l'elenco degli indirizzi in mano, un po' di pazienza e qualche settimana di sorveglianza dopo, è una cosa che si fa serenamente.

Stai valutando di spostare il sito e vuoi capire se conviene?

Scrivimi dal modulo con l'indirizzo attuale e due righe su cosa ti sta stretto oggi. Guardo com'è messo, ti dico onestamente se ha senso muoversi e cosa comporterebbe, tempi e rischi compresi. Senza pressione e senza gergo.

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